
Giuseppe Sciuti, I Funerali di Timoleonte, 1874, olio su tela
Alla visione storico-pedagogica si legano i primi acquisti di opere eccezionali come I funerali di Timoleonte di Giuseppe Sciuti, esempio di pittura neopompeiana e realista dalle grandiose impostazioni scenografiche e architettoniche. Osserviamo un magnifico spazio aperto, affollato dal popolo che, composto e quieto, assiste ai solenni funerali per Timoleonte, il saggio eroe corinzio che nel 344 a.C. aveva liberato Siracusa dalla tirannia di Dionigi il Giovane, garantendo alla città un periodo di pace e prosperità. Eroe che, da Corinto, si era recato in Sicilia, come Garibaldi dall’America del Sud, a sconfiggere la tirannide dei Borbone.

Erulo Eroli, I Vespri Siciliani, 1890-1891, olio su tela
Un rimando a questa storia di liberazione dall’oppressore si ritrova anche nella vasta tela del romano Erulo Eroli, il cui tema – già affrontato da Hayez – è rappresentato con audace e teatrale verismo. La giovane siciliana oltraggiata dal soldato francese Droetto, il 31 marzo 1282, è l’episodio che diede l’avvio all’insurrezione popolare e quindi alla cacciata degli Angioini.

Mario Rutelli, Gli Iracondi, 1910 ca., bronzo
Tra le acquisizioni del primo nucleo spiccano due eccezionali sculture: in primo luogo un’opera che rappresentò sin dagli esordi un simbolo della Galleria e un vanto per la città di Palermo, ovvero il gruppo in bronzo de Gli iracondi del palermitano Mario Rutelli. Caratterizzato dall’energia del modellato e dal forte sperimentalismo di matrice berniniana, venne acquistato nel 1910 dal museo palermitano. Siamo nel canto settimo de l’Inferno di Dante Alighieri, nel girone in cui si trovano le anime in preda all’ira violenta, condannate a restare immerse nel fango e a percuotersi a vicenda fino a sbranarsi. E proprio così ce le rappresenta Mario Rutelli, con l’intensità dell’ira racchiusa nella muscolatura in tensione dei due personaggi, nel morso di uno e nel pugno dell’altro, in una lotta senza fine.

Domenico Delisi, L’angelo di Moore (Cherubino di Moore), 1925, marmo
Di tenore opposto appare la scultura dell’Angelo di Moore, opera in marmo del 1925 di Domenico Delisi, sul modello in gesso ultimato dal padre Benedetto nel gennaio 1875. Un marmo purissimo è quello di cui è costituito il corpo esile di questo angelo in preda al dolore, all’ansia, e alla frustrazione di una schiacciante impotenza. Questo angelo si lega al poema dell’irlandese Thomas Moore, fraterno amico di Byron, Gli amori degli angeli (noto in Italia nella celebre traduzione di Andrea Maffei del 1836). Il protagonista è l’angelo Rubi che si innamorò di una fanciulla terrena e le svelò i segreti del volo. Per punizione fu cacciato dal cielo, impossibilitato a volare a causa di ali di pietra. Ali che lo scultore ci rappresenta in maniera struggente.