Sono numerosi in Galleria i ritratti in grado di catturare quei moti dell’animo nei volti, che sono in stretto rapporto con l’intensità di partecipazione psicologica ed emotiva del personaggio ritratto.

Nel Ritratto di sacerdote infermo di Giuseppe Patania del 1838 non ci sono fatti da raccontare ma solo una condizione umana. Si tratta di un uomo sofferente, come denotano le palpebre arrossate, le labbra gonfie e secche, il capo leggermente piegato in avanti, che con rassegnazione e pazienza sopporta la propria malattia.

Un ritratto in terracotta presente all’interno della Galleria può essere definito una lettera d’amore. Si tratta di quello che Vincenzo Ragusa ha realizzato nel Ritratto di Eleonora ‘O Tama Ragusa (1883), la sua giovanissima moglie ripresa in un abito tradizionale giapponese, la yukata, un abito da camera informale, morbidamente aperto sul petto ed evocativo di una sensualità mediterranea, con l’obi stretto in vita, la cintura ampia che si annoda sulla schiena, e il ventaglio e il suo taccuino da artista che mette in luce l’attività e l’eccezionalità culturale di questa donna. Il viso, infine, riprende ed esalta lo sguardo acuto e dolce di questa giovane donna.

Di tutt’altro tenore, ma finalizzato a esaltare la grazia di una giovane donna, è il ritratto dal titolo Femme aux gants (1901) di Giovanni Boldini, sofisticato artista ferrarese, il quale grazie alla sua tecnica e al suo talento riusciva a rendere la sensibilità, la gestualità e il profilo psicologico dei suoi soggetti negli intimi segreti degli sguardi. Il pittore in questo caso realizza il ritratto di Emiliana Concha de Ossa, una giovanissima, elegante signorina sudamericana. Qui è ritratta a mezzo busto, la veste è dipinta con veloci pennellate di colore, una mantella, che lei trattiene con la mano guantata, ne circonda il volto sorridente, la cui espressione è quella di una giovinezza ancora ingenua e fresca.

Un’ulteriore lode alla bellezza femminile si trova nel Ritratto della signora A. C. (1912), opera di Lino Selvatico, che mette in luce – rimarcato dal fondo scuro del grande cappello che mette in ombra gli occhi truccati – il volto sofisticato e serio e l’espressione annoiata di questa donna. L’eleganza – nella figura quasi intera- è esaltata dall’abito nero che indossa da cui emergono una sciarpa bianca pieghettata e le maniche bianche dipinte ad ampie pennellate.

Anche la modernità del primo decennio del Novecento si traduce nel genere del ritratto, come nell’opera di Pippo Rizzo, esponente del Futurismo in Sicilia, che nel suo Figura, luce, atmosfera (Ritratto psico-dinamico) (1920), ci restituisce una figura “scomposta”, costruita attraverso la sovrapposizione di piani luminosi che partono dal centro del volto. Si tratta di un uomo che indossa un cappello, ma il movimento è dato dai fasci di luce che attraversano il volto, mostrando la sperimentazione, ma anche la complessità dell’uomo moderno.

Sempre più nel corso del tempo il ritratto tende, come negli anni Trenta del Novecento, a manifestare il carattere e i sentimenti della figura ritratta, le espressioni del viso e il carattere. Queste caratteristiche si ritrovano, ad esempio, nella scultura in terracotta realizzata Nino Franchina, artista esponente de Il Gruppo dei Quattro, dal titolo Ritratto di Guttuso (1935). Qui i tratti del giovane Renato Guttuso, artista iconico del Novecento e membro del gruppo artistico, appaiono intensi e marcati e mettono in luce il carattere volitivo e deciso del protagonista.