Nella seconda metà dell’Ottocento fioriscono gli studi sulla civiltà arabo-normanna, grazie soprattutto allo studioso Michele Amari che pubblica la “Biblioteca arabo-sicula”, “Storia dei Musulmani di Sicilia” e altre importanti opere che diffondono in Sicilia grande interesse per queste straordinarie testimonianze storiche e artistiche.
Gli artisti, attivi a Palermo in quel periodo, gareggiano così nel riprodurre i monumenti simbolo della città, che di lì a poco saranno oggetto di interventi di restauro.
Per primo fu Francesco Lojacono, che dipinse la chiesa di San Giovanni degli Eremiti, in una tela ormai perduta. L’edificio costituisce uno dei luoghi più frequentati e riprodotti, divenuto monumento nazionale nel 1864, in seguito alla soppressione degli ordini religiosi. L’impianto mostra un’architettura priva di decorazioni, con finestre tagliate a vivo sui muri, con grandi campate quadrate accostate e sormontate da cupole. Di questo eccezionale edificio troviamo due testimonianze attraverso lo sguardo di due pittori della Galleria d’Arte Moderna. Infatti, l’incanto suggestivo del suo chiostro e la finezza della sua architettura sono rappresentate in due opere: la tela del giovane Rocco Lentini, che raffigura la chiesa da un punto di vista laterale sull’abside, e quella di Giovanni Lombardo Calamia, concentrata sul chiostro.

Rocco Lentini, San Giovanni degli Eremiti, 1876, olio su tela

Giovanni Lombardo Calamia, Chiostro di San Giovanni degli Eremiti, 1885, olio su tela
La prima opera, di grande qualità estetica, costituisce inoltre un prezioso documento visivo, poiché ci mostra la chiesa com’era prima del restauro effettuato da Giuseppe Patricolo: non si vedono infatti la trifora, ripristinata in seguito dall’architetto, e l’ormai caratteristico colore rosso scuro delle cupole.
Un uomo e una donna sotto il sole pomeridiano si aggirano intorno alla chiesa, tra le macerie degli edifici da poco abbattuti per permettere appunto di godere una migliore visione del “bel giojello” – come qualcuno disse – in attesa di iniziare il restauro della torre del campanile.
Un’eccezionale fortuna tra i pittori dell’epoca ha avuto il bel chiostro della chiesa, che vediamo riprodotto nel quadro di Calamia, raffigurante appunto un lato del chiostro dove una mamma gioca col suo bambino.

Carlo Perna, Interno del castello della Zisa, 1888, olio su tela
Al genere delle vedute urbane in chiave “pittoresca” appartiene invece l’opera di Carlo Perna, ricca di contrasti tra superba ricchezza e povertà popolana, quasi una sintesi della città, immortalato nel quadro Interno del Castello della Zisa: vediamo la sala della Fontana, fulcro del palazzo e luogo deputato all’ “incontro con l’ospite”, vista dal vestibolo del Castello della Zisa. La sala, con il canale d’acqua che la attraversa, esprime quella lodevole sintesi tra natura e architettura che contraddistingue queste eccezionali creazioni dell’arabo-normanno. L’ammirazione dell’artista si sofferma sui dettagli, fedelmente riprodotti: le piccole vasche che si aprono lungo il canale, le decorazioni del pavimento e delle pareti, le muqarnas che decorano le volte, il pannello musivo della “Caccia reale” sul fondo della parete. Una abbagliante ricchezza, che fa da sfondo ad una scena umile di quotidianità popolana.