Al termine della prima guerra mondiale, gli entusiasmi sperimentali delle avanguardie erano ormai lontani; il richiamo alla realtà e alla concretezza si tradusse in un recupero della classicità italiana – promosso da artisti come De Chirico, Savinio, Soffici e Carrà – come base per una tradizione nazionale che affondava le radici nei valori universali. Da queste premesse di classicità, infatti, prende le mosse Mario Sironi – esponente del movimento Novecento promosso da Margherita Sarfatti.

Ne Il tram (1920) Sironi unisce il classicismo alla realtà contemporanea venata da una sottile inquietudine. Ci mostra una realtà metropolitana e industriale, sottolineata dai nudi volumi squadrati degli edifici, in un paesaggio privo di qualsiasi elemento naturale. La gamma di colori è omogenea e le uniche figure umane sono due soldati su un mezzo e il tramviere che, con il tram 304, avanza verso lo spettatore; di questo, non si riesce a scorgere il volto – in ombra – destando un forte sentimento di inquietudine.

Proprio nel solco della grande tradizione disegnativa italiana, si inserisce la purissima definizione ottica di Cagnaccio di San Pietro, che ci presenta una pittura smaltata e quasi “iperrealista” in Bolla di sapone (1927) in cui una figura infantile seduta su una poltroncina regge in una mano un bicchiere e nell’altra una cannuccia con cui ha realizzato una bolla di sapone; un tema colto e antico, quello della “bulla”, presente nell’arte, che rimanda alla fragilità della vita terrena.

Rievocano le figure dei dipinti di Piero della Francesca cariche di sacralità i protagonisti de Gli Scolari (1927-1928) di Felice Casorati, artista esponente del Realismo Magico. Questa eccezionale opera prende spunto dall’esperienza personale di insegnamento dell’artista, che crea un’inquadratura prospettica che scandisce lo spazio in profondità e, insieme alla stesura compatta e uniforme dei colori, determina il carattere austero della scena e dei suoi protagonisti.

Massimo Campigli ne Le nozze (1934) – su uno sfondo creato da dense spatolature – descrive una scena che si svolge in uno spazio astratto. Le donne, disposte attorno alla sposa posta al centro – in posizione frontale, ieratica, bianchissima – sono alle prese con i preparativi per la festa. Una pittura ritmica e arcaizzante, che evoca un arcaismo legato alle antiche culture, tanto da sembrare venir fuori da un affresco, da un encausto o da una decorazione antica, in cui le figure femminili, sono caratterizzate da una silhouette a clessidra.
La Scuola romana è presente in questa sezione con opere di artisti come il siracusano Francesco Trombadori e Fausto Pirandello. Il primo artista con Fanciulla nuda (1934) evoca una dimensione senza tempo dal sapore di antichità (come la Venere Landolina del Museo archeologico di Siracusa), richiamando anche una parte della grande pittura europea ottocentesca (come Courbet). A queste suggestioni, aggiunge un moderno uso dei contrasti tonali (al centro il bianco della spalla contro il verde dell’albero e sul lato destro la gradazione di grigi dal chiaro allo scuro).

L’influenza della Scuola romana in Fausto Pirandello si ravvisa nell’opera Maternità – Mosè salvato (1934) dove mostra una madre con il suo bambino di pochi mesi, i cui modelli furono la moglie Pompilia e il figlio neonato Pierluigi. Le figure umane sono massicce e il colore pastoso. L’opera riecheggia già nel titolo il mondo biblico, volendo raccontare la dimensione quotidiana come arcaica, remota e attuale.

Nella parte finale di questa sezione – cronologicamente vicina al tragico destino bellico mondiale – troviamo le inquiete sperimentazioni di Corrado Cagli e la pennellata febbrile di Renato Guttuso.
Il primo, in Cronache del Tempo, fece scalpore con le sue grandi tavole dipinte a encausto, che rimandavano alle recenti imprese mussoliniane di bonifica dell’agro romano e avevano come riferimenti pittorici Masaccio e Piero della Francesca, togliendo forza alla prospettiva e inserendo oggetti reali in un’atmosfera astratta.

Il secondo, attivo sin dalla giovanissima età con il Gruppo dei Quattro, nel suo Autoritratto (1936) si ritrae da una prospettiva ravvicinata e sghemba in una posa di inattività, in atteggiamento malinconico, enfatizzato dal fatto che la testa poggia sulla mano sinistra. Una sigaretta sbilenca pende dalla sua bocca, ma nonostante l’attitudine che emerge dalla sua posizione, gli occhi sono attenti e vivaci, così come la pennellata è nervosa e irruenta, trasmettendoci aspetti profondi dello stato d’animo e della personalità del giovane artista.